Cinema David
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Dogman


Cineforum



Ispirato liberamente a un fatto di cronaca nera accaduto trent'anni fa, Dogman è il nuovo film di Matteo Garrone che racconta la storia cupa e violenta di Marcello. 
La sua esistenza scorre sempre uguale e indifferente tra le pieghe di in una periferia sospesa tra la grande metropoli e la natura incontaminata. Persona mite e tranquilla, Marcello gestisce un salone di toelettatura per cani. Durante le sue giornate deve destreggiarsi tra il lavoro, la figlia adorata, Sofia, e l'ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile da poco uscito di prigione e temuto da tutto il quartiere per i suoi atteggiamenti al limite della follia. 
Continuamente vittima di bullismo e soprusi, ormai stremato da una vita di umiliazioni, Marcello decide di seguire le orme di Simoncino e di diventare il suo aiutante in una serie di rapine che sconvolgono la cittadina in cui vivono. Ormai in balia del carisma di Simoncino e legato dalla lealtà nei suoi confronti in quanto amico di vecchia data, Marcello finisce col tradire non solo la sua stessa moralità, ma anche i suoi compaesani. Il peso delle proprie azioni diventa sempre più insostenibile, tanto che arriverà ad autoaccusarsi, finendo per un anno in carcere, lontano dalla figlia di cui doveva prendersi cura. Dopo aver perso tutto e tutti, arriva finalmente per Marcello la presa di coscienza, insieme a un'irrefrenabile sete di vendetta…

Regista

Matteo Garrone

Attori

Marcello Fonte, Edoardo Pesce, Nunzia Schiano, Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Alida Calabria, Gianluca Gobbi

Durata

102 Minuti

Recensioni


Cosa gli vuoi dire, a un film come Dogman?
A un film che ha tutto quello che serve e tutto al punto giusto, che ha la storia, che non si lascia fagocitare dai fatti realmente accaduti cui è liberamente ispirato, che non cade nella trappola della truculenza delle sevizie. Perché le vere sevizie, e la vera violenza, stanno altrove.
A un film che Garrone gira (come al solito) molto bene, e che fa fotografare ancora meglio al danese Nicolai Brüel, e che popola di facce che sono tutte quelle giuste, giustissime, le facce di attori perfetti per la loro parte. Mica solo Marcello Fonte che fa Marcello, o Edoardo Pesce che fa Simoncino (e che forse è il più bravo di tutti), o Adamo Dionisi, Francesco Acquaroli, Gianluca Gobbi, o la giovanissima Alida Calabria che fa la figlia di Marcello: no, anche tutti gli altri, quelli che vedi per un secondo, al ristorante, o in carcere, o in strada.
Cosa gli vuoi dire, a un film come Dogman?
A un film che azzecca tutto anche nella scenografia e nella scelta delle location, che trova a Castel Volturno il panorama e le costruzioni giuste per ricreare quella terra di nessuno alla periferia estrema di Roma, quella specie di Ostia da incubo che però Ostia non è, che è degradata, isolata, perduta, abbandonata.
Cosa gli vuoi dire, allora, a un film come Dogman?

L’unica cosa che puoi dirgli, che riesci a dirgli quando, accese di nuovo le luci del cinema, uscito dalla sala, ricominci lentamente e con difficoltà a respirare, dopo quei 102 minuti di tensione, di paura, di ansia, di disagio epidermico, di apnea emotiva, l’unica cosa che puoi dirgli è: “cazzo, però, che botta”.
Che sofferenza quella visione. Che voglia di scappare dalla sala, da quello schermo che mostra cose così brutte in maniera così bella, mentre stai con le unghie nei braccioli e non riesci a muoverti.
Perché ti azzanna, Dogman. Ti azzanna, ti fa soffrire, ti lacera il cuore, e non ti lascia andare.
Le sue zanne, la morsa potente della sua mandibola, sono quel mostrare l’abisso sconvolgente, nero come la pece, come la notte dell’anima e dell’umanità, di un mondo brutto, cattivo, violento, egoista, squallido. Dove non esiste più una regola (nemmeno quella dell’amicizia, figuriamoci quella della compassione), dove perfino la legge è una cosa brutta, e la mamma magari è sempre la mamma, ma la si abbraccia per tenerla ferma, non per amore. Dove chi è più forte, più cattivo, più pazzo, fa quello che vuole e nessuno può fare nulla, se non diventare (cercare di diventare) ancora più cattivo, e pazzo, ma tanto poi è tutto inutile, perché la solitudine, quella lì, ti rimane addosso, come le tue colpe.

L’unica cosa che puoi dirgli, a Dogman, è “perché?”.
Perché, perché nemmeno uno spiraglio di luce, un barlume di speranza? Nemmeno Alida, nemmeno lei, che pure regala parentesi di dolcezza e di pace, è destinata a durare per Marcello, e per noi, Garrone lo fa capire chiaramente.
Perché tutto così inevitabilmente brutto? Quelle brutte architetture tutte cemento e lamiere, quelle brutte insegne, quelle brutte vie, quelle brutte amicizie con brutte persone che fanno brutte cose, o che le vorrebbero fare. Quelle brutte giostre, quel brutto negozio, quelle brutte vite dalle quali non esiste una via di uscita.
Perfino il mare. Garrone, perfino il mare riesce a essere brutto, o meno bello di quello che è, nel tuo film.

Cosa gli vuoi dire, allora, a un film come Dogman?
Perché tanto le risposte ce le hai già mentre il film di azzanna e tu, al cinema, vorresti urlare, scappare, chiudere gli occhi di fronte a tutto quell’orrore, quella violenza, quell’assenza di speranza, mentre lui - loro: il film, Garrone - invece ti trascina sempre più nel fondo del vicolo cieco che ha costruito, buio e sporco e spaventoso, tanto che tu temi di non poterne più uscire.
Allora, quando poi invece esci, e torni a respirare, e ad accorgerti (illuderti, forse) che il mondo non è così, non è solo così, che c’è altro, c’è speranza, c’è il bello, ma senti tutto quello sporco e quel dolore ancora addosso, smetti di chiedere a Garrone “perché?”.
E ti accorgi che ha vinto lui. Perché lui ha fatto quello che voleva fare, farti stare male. E tu ci sei stato, fino alla fine.

www.comingsoon.it


Trailer



Orari degli spettacoli


Giovedì 11 Ottobre 2018 Ore 20:30